mercoledì 22 agosto 2012

IL CAPPELLO DEL PRETE

Ambientato nella Napoli di fine Ottocento, Il cappello del prete narra le vicende di Carlo Coriolano, barone di Santafusca, un nobile squattrinato che, ridotto alla rovina dai debiti di gioco e da una vita oziosa e dissipata, uccide il ricco prete usuraio don Cirillo per impossessarsi dei suoi soldi. Il suo sarebbe stato un “delitto perfetto” se non avesse dimenticato un dettaglio chiave: l’occultamento del cappello del sacerdote. Il tricorno diventa così un indizio pericoloso e, dopo una serie di peripezie, giunge davanti al banco del tribunale per inchiodare il barone – già tormentato dai rimorsi e dalle allucinazioni – alla sua colpa.

Pubblicato a puntate nel 1887 sul quotidiano milanese L’Italia e sul Corriere di Napoli, e in volume nel 1888, Il cappello del prete è il romanzo più famoso di Emilio De Marchi. Un feuilleton, un noir prima maniera dalla scrittura fresca, coinvolgente, introspettiva, magistrale nelle descrizioni delle ambientazioni, dei personaggi e soprattutto degli stati d’animo del protagonista che, dopo essersi macchiato del macabro omicidio, si ritrova a fare a pugni con i brandelli della sua coscienza.
Un’atmosfera cupa, uggiosa si respira tra le pagine di questo libro sul cui sfondo si staglia una società napoletana colorata e superstiziosa timidamente tratteggiata dal De Marchi che la priva un po’ di quel calore che da sempre la caratterizza. Nonostante si conoscono fin dal principio nome dell’assassino e movente del delitto, non manca la tensione che tiene il lettore legato fino all’ultima riga.
“U prevete” e “u barone” sono le due facce di una stessa medaglia: il primo è un lucratore avido e avaro, un viscido intrallazzone decisamente inadeguato al ruolo di servo di Dio. La vita lo punirà con una morte infame e inaspettata. Il secondo è un nobile in decadenza, un uomo cinico, amorale, inquieto che dopo aver commesso l’ignobile gesto, tenta pateticamente di sfuggire ai rimorsi e alle ossessioni che lo perseguitano rifugiandosi nella dissolutezza e nelle argomentazioni di una spicciola filosofia. La vita lo punirà rinchiudendolo in galera e gettandolo nel baratro della follia.
Poi c’è il popolino, fatto di gente semplice ma onesta, in contrasto con l’aristocrazia costituita per lo più da inetti a vivere, dediti solo all’assenzio, alle donnette e al gioco. Infine c’è la giustizia divina che tutto vede e provvede e che interviene, birichina ma saggia, a ripristinare l’ordine delle cose e a far sì che la verità trionfi sulla menzogna, il bene sul male.

Una lettura gradevolissima che conferma la mia tesi secondo la quale gli autori di un tempo non deludono mai. E perplessa mi chiedo come sia possibile che questo piccolo capolavoro italiano, tradotto anche all’estero, sia finito nel dimenticatoio e solo raramente venga incluso nelle antologie scolastiche.
In quest’edizione Oscar Mondadori poi, vanno segnalate l’introduzione di Vittorio Spinazzola – che aiuta il lettore a cogliere le raffinate sfumature dell’opera – e l’interessante nota di Carlo Lucarelli.
Dal romanzo sono stati tratti anche un film e uno sceneggiato televisivo, dai titoli omonimi. Il primo, diretto nel 1943 da Ferdinando Maria Poggioli, si discosta notevolmente dal libro. Il secondo, che vede la regia del grande Sandro Bolchi, è più fedele al testo ed è stato trasmesso nel 1970 dalla Rai in tre puntate (ora reperibili anche su Youtube).
VOTO: 4/5

Emilio De Marchi (nella foto a destra) nacque a Milano il 31 luglio 1851. Proveniente da una famiglia di modeste condizioni e orfano di padre, riuscì a laurearsi in Lettere nel 1874 all’Accademia Scientifico Letteraria di Milano (oggi Università degli studi di Milano). Dell'Accademia divenne in seguito segretario e libero docente di Stilistica. Frequentò il mondo letterario milanese dominato in quel momento dalla Scapigliatura. Ebbe un ruolo attivo anche nelle istituzioni caritative cittadine e fondò la rivista La vita nuova. Negli anni 1876-1877 si dedicò a scrivere romanzi pubblicati, secondo l'uso del tempo, su periodici e quotidiani: Tra gli stracci, Il signor dottorino e Due anime in un corpo. Con Il cappello del prete inventò il romanzo noir italiano. Altri romanzi sono Demetrio Pianelli, Arabella, Redivivo, Giacomo l’idealista e Col fuoco non si scherza. Altre sue opere sono scritti politici, libri a sfondo pedagogico e saggi di critica letteraria. Morì a Milano il 6 novembre 1901. È sepolto presso il Cimitero di Paderno.

Titolo: Il cappello del prete
Autore: Emilio De Marchi
Curatore: Vittorio Spinazzola
Editore: Mondadori (collana Oscar classici)
Anno: 2006

2 commenti:

  1. Ciao Valeria, anch'io mi chiedo sempre più spesso come sia possibile che questi grandi romanzi siano sconosciuti e dimenticati. Io non amo la letteratura contemporanea, (se non qualche rarissimo caso che in Italia resta praticamente sconosciuto)anche perchè se ti abitui a leggere questi grandi romanzi poi il paragone non regge. Adesso questo, che non ho letto, lo metto nella mia lista, penso addirittura di averlo in casa. Ciao, alla prossima.
    Antonella

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    1. Ciao Anto! Guarda, a me la letteratura contemporanea non dispiace (anche se è una giungla in cui bisogna sapersi districare: ciofeche in agguato a bizzeffe :D) però è assolutamente vero che con i grandi classici non c'è paragone. Indiscutibilmente!
      Ti consiglio vivamente di leggere "Il cappello del prete": sono sicura che ti piacerà. Poi mi dirai ;)
      Un abbraccio!

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